LA PACE RITROVATA: RIFLESSIONI SU UN REPORTAGE DI (NON) GUERRA
Qualche giorno fa ho ricevuto una recensione che mi ha fatto sorridere, riflettere e — lo ammetto — anche un po’ commuovere.Gli sposi che ho fotografato hanno scritto parole bellissime sul nostro lavoro, ma c’è una frase in particolare che mi ha colpito:
“...se altri suoi colleghi mi hanno risposto che quello che cercavo si chiama reportage di guerra, Niccolò non si è scomposto.”
Ora, a parte che “reportage di guerra” nel contesto di un matrimonio è un’immagine che fa un po’ sorridere (spero che a nessuno degli invitati a un matrimonio venga ma in mente di presentarsi con l'elmetto), quello che mi ha colpito è quanto certe parole restino impresse.La sposa me lo aveva raccontato già alla prima telefonata, e a distanza di mesi, lo ha ricordato ancora. Segno che quella risposta l’aveva ferita.
Io la penso così: fare il fotografo di matrimonio significa prima di tutto avere empatia.Non basta saper fare belle foto — serve ascoltare, capire, entrare in sintonia.Ogni coppia ha la propria storia, le proprie sensibilità, i propri limiti e desideri.E a volte questi desideri si è in grado di soddisfarli pienamente, altre volte no… ma di sicuro non si ridicolizzano.
Perché ridicolizzare una richiesta non solo è poco elegante, ma è anche un autogol professionale.Nel momento in cui rispondi con sufficienza a qualcuno che ti sta affidando il racconto di uno dei giorni più importanti della sua vita, stai chiudendo la porta alla fiducia.E senza fiducia, nel nostro mestiere, non c’è immagine che tenga.
Devo dire la verità: io ringrazio quel collega che ha reagito con leggerezza.Perché, se avesse gestito quella conversazione con un po’ più di attenzione, magari oggi non starei scrivendo queste righe — e non avrei avuto la fortuna di conoscere una famiglia meravigliosa che ha reso il nostro lavoro un vero piacere.
Certo, definire “reportage di guerra” un approccio naturale, spontaneo, senza pose… forse non è stata la scelta di parole più felice, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo.Ma voglio pensare che sia stata solo una battuta infelice.Io preferisco invece credere che la strada giusta sia quella dell’ascolto e della comprensione.Solo così si può raccontare un matrimonio in modo autentico, senza filtri ma con rispetto.
Mi chiedo: perché dare una risposta così?Forse perché uscire dalla comfort zone delle foto tutte uguali, perfettamente in posa e sempre “già viste”, richiede uno sforzo in più.Richiede di fidarsi dell’imprevisto, dell’attimo, del colpo d’occhio.E non tutti si sentono a loro agio lì, dove la spontaneità non si può dirigere ma solo accogliere.
In ogni caso, avrebbe potuto uscirne con più eleganza.Una risposta gentile non costa nulla — e a volte fa tutta la differenza.
In ultima analisi, se state cercando il vostro fotografo, ascoltate bene non solo cosa vi dice, ma come lo dice.Oltre al preventivo e alle modalità di pagamento, c’è molto di più:ci sono empatia, delicatezza, e la sensazione — fondamentale — di potervi fidare.Perché il giorno del matrimonio passa in un lampo, ma la sensazione di essere stati compresi… quella resta nelle foto.
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